Il complesso museale di San Francesco a Montone
Elisa Minchielli e Mariangela Minelli
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Scheda realizzata da Sistema Museo, la società cooperativa che dal 1990 fornisce servizi per la gestione e la valorizzazione dei beni culturali

Il museo di Montone ha sede nell’ ex convento di San Francesco. Da un monumentale chiostro si accede all’interno della chiesa, che conserva affreschi risalenti al XIV-XVI secolo. La Pinacoteca, al piano superiore, ospita opere prestigiose provenienti dalla stessa chiesa di San Francesco e dalle altre chiese di Montone ormai chiuse.

Fondata intorno al 1300, la chiesa occupa uno dei due colli del Borgo su cui sorgevano le case degli Olivi e dei Fortebracci. La sua tipologia è quella tipica delle architetture degli Ordini mendicanti: forme semplici e lineari, unica navata con abside poligonale e copertura a capriate. Intorno al 1500 fu addossata, alla parete nord dell’edificio, la parte ampliata del convento. La chiesa rappresenta il nucleo centrale del museo, conservando al suo interno numerosi affreschi prevalentemente a carattere votivo. I brani sopravvissuti degli affreschi più antichi, databili alla seconda metà del Trecento, fanno pensare che subito dopo l’edificazione della chiesa si pose mano a un ampio intervento decorativo.

Gli esiti più alti della decorazione della chiesa spettano però al secolo successivo, quando l’edificio divenne la chiesa di famiglia dei Fortebracci che generosamente contribuirono al suo abbellimento, fornendola di altari, suppellettili e dipinti. Un esempio sono gli affreschi dell’abside, realizzati tra il 1423 e il 1424 dal ferrarese Antonio Alberti e raffiguranti episodi della Vita di San Francesco e scene del Giudizio Universale, i quali vennero commissionati da Braccio da Montone che viene ricordato dal suo stemma, il montone tra due ghepardi, simbolo di forza, e, da quelli delle città a lui sottomesse. A Carlo, figlio di Braccio, si deve la realizzazione, nel 1476, dell’altare della parete sinistra (destra con abside alle spalle), poi fatto decorare dal figlio Bernardino nel 1491 con l’affresco raffigurante Sant’Antonio di Padova tra il Battista e l’Arcangelo Raffaele con Tobiolo opera di Bartolomeo Caporali.

Al generoso contributo di Margherita Malatesta, moglie di Carlo, si deve forse l’ultimazione del corrispondente altare della parete destra (sinistra con abside alle spalle), realizzato tra 1474 e 1482 e destinato ad ospitare il gonfalone della Madonna della Misericordia di Bartolomeo Caporali. Nel complesso però, la decorazione della chiesa risulta alquanto frammentaria: ciò che si vede oggi sono lacerti di affreschi. Questo dipese soprattutto da un incendio che le truppe dei napoleonici appiccarono alla fine del 1700, che portò, oltre alla rovina della decorazione interna, anche alla distruzione dell’archivio del convento; è per questo che oggi è difficile avere notizie precise e approfondite sulle opere rimaste. Nella chiesa sono presenti anche pregevoli opere lignee, quali il Bancone dei Magistrati con motivi ad intarsio ispirati alle “grottesche”, il coro ligneo e il pulpito.

La Pinacoteca Comunale comprende una raccolta di opere di gran pregio che rappresentano la storia artistica dell’intero territorio montonese. Vi è possibile ammirare un gruppo di dipinti datati tra il XVI e XVIII secolo, provenienti dalle chiese di Montone, testimoni dei rapporti del borgo con Perugia e Città di Castello. La famiglia cui fu legata la fama di Montone è illustrata nei due alberi genealogici che rappresentano la discendenza Fortebracci.

I due alberi, accompagnati da una veduta di Montone e dallo stemma Fortebracci con il montone rampante, si sviluppano dal capostipite “Ugolino” (1100) al celeberrimo condottiero Braccio, al figlio Carlo “generale dei veneziani” fino alla generazione dell’ultimo seicento. Questi alberi furono resi possibili nella realizzazione pittorica da una fonte scritta, la Lettera Istorica-Genealogica scritta da Giovanni Vincenzo Giobbi Fortebracci, esponente di un ramo collaterale della Famiglia, alla fine del 1600. Due sale sono dedicate alla cospicua raccolta di argenti (calici, ostensori, coprimessale, turibolo, secchiello aspersorio) e di opere tessili, varie nei materiali e nei colori, eseguite con tecniche elaborate e fantasiosi motivi floreali, che coprono l’arco cronologico compreso tra i secoli XV e XIX. Si tratta di paramenti e apparati liturgici, tipo piviali, pianete e tovaglie d’altare.

La sala principale ospita opere pregiate. La prima è un Gruppo ligneo di Deposizione raffigurante Gesù Cristo, la Madonna, San Giovanni e San Giuseppe d’Arimatea, datata intorno al 1260-1270 di Bottega Altotiberina, proveniente dalla pieve di San Gregorio, la chiesa fuori le mura del Borgo.

Le quattro sculture sono quanto rimane di un gruppo di Deposizione dalla croce, sicuramente comprendente anche la figura di Nicodemo, oggi dispersa. È certa l’esposizione di gruppi simili nelle cerimonie di culto che culminavano nel Venerdì Santo ed è anche provata la loro presenza in funzione drammatica nello svolgimento delle Sacre Rappresentazioni della Passione all’interno e, più spesso, all’esterno delle chiese. Erano, inoltre, usati durante le processioni con l’intento di dare la massima enfasi al culto del Cristo deposto, colto nel momento della sua dimensione più umana.

Imponente è l’opera di Bartolomeo Caporali, la Madonna della Misericordia, realizzata nel 1482. È un tipico gonfalone contro la peste, del tipo di quelli realizzati nel XV secolo in Umbria, e soprattutto in ambiente perugino, per invocare il soccorso divino in caso di calamità e malattie. La Vergine della Misericordia protegge i fedeli con il proprio mantello dalle frecce, che simboleggiano le sciagure, scagliate da Cristo Giudice. Uno scheletro con la falce, immagine della morte, allude agli effetti della peste. Oltre ai santi Sebastiano, Francesco e Biagio, rappresentati a sinistra, e Nicola e Bernardino, rappresentati a destra, compaiono il Battista, San Gregorio Magno, protettore del Borgo, e Antonio di Padova, il santo taumaturgo dei Francescani.

Di grande interesse è la parte inferiore dell’opera, in cui è presente la veduta di Montone riprodotta assai fedelmente alta sulla collina e chiusa nella cerchia di mura: sono evidenti la Chiesa di San Francesco e la Rocca realizzata tra il 1422 e il 1423 dal bolognese Fioravante Fioravanti su incarico di Braccio Fortebracci. Questa è l’unica testimonianza dell’abitazione del condottiero Braccio dentro le mura, in quanto intorno al 1477-78 la Rocca fu distrutta per ordine del pontefice Sisto IV della Rovere.

Tra le opere di pregio è da citare, inoltre, l’Annunciazione e i santi Fedele e Lazzaro, realizzata da Tommaso di Arcangelo Bernabei, detto il Papacello e Vittorio Cirelli, nel 1532. L’opera rispecchia una delle varianti della cultura tardo raffaellesca in Umbria. Il cartiglio in basso a sinistra reca i nomi dei due autori: il cortonese Papacello, allievo di Luca Signorelli e Vittorio Cirelli, documentato dal 1532 al 1552 e di probabili origini montonesi. Proviene dalla chiesa di San Fedele, come indica l’immagine del santo omonimo, rappresentato con il pastorale e la mitra vescovile. San Lazzaro, che tiene in mano il martelletto usato dai lebbrosi per avvisare della loro presenza, è, insieme a san Rocco, il protettore delle malattie contagiose, affiancato dal cane.

Per concludere è da citare la sala dedicata alla collezione archeologica, che raccoglie testimonianze di un ritrovamento di una villa romana nei pressi di Santa Maria di Sette del II secolo d.C.. Gli ultimi scavi hanno portato alla luce numerosi frammenti di tegole e coppi, pezzi di dolia e di anfore, frammenti di ceramica nera, una bella moneta d’argento, tessere di mosaico in marmo nero. Dai dati raccolti si può pensare che si trattasse di una villa servile di dimensioni medio-grandi, che si sviluppava a mezza costa con una serie di terrazzamenti e di proprietà di un ricco e illustre personaggio di cui purtroppo non si conosce il nome.

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