I porti dell’Umbria romana
Enrico Zuddas
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  • Il Tevere era navigabile e veniva percorso per portare vino, olio, ceramiche e frumento dall’Umbria a Roma
  • Gli antichi porti fluviali dell’Umbria erano a Ponte Felcino e Ponte Valleceppi a Perugia, Pontenuovo di Torgiano, Pian di Porto a Todi e Pagliano, vicino al Lago di Corbara, il porto fluviale di Seripola (Orte)
  • Le imbarcazioni era diverse in base alle funzioni: le lintres erano esclusivamente per la navigazione. Mentre le caudicariae, erano destinate al trasporto di derrate alimentari ed erano tipiche della navigazione sul Tevere.
  • Per andare dall’Umbria a Roma si sfruttava la forza della corrente, per risalire da Roma all’Umbria si trainavano le imbarcazioni con buoi o schiavi. 

Il Tevere: l’autostrada dell’Umbria all’epoca dei romani

Il titolo potrebbe sembrare provocatorio, visto che l’Umbria attuale non ha sbocchi sul mare. Ma lo è solo in apparenza: la regione è attraversata in tutta la sua lunghezza dal terzo fiume d’Italia, il Tevere che in età antica aveva una ben maggiore rilevanza: secondo Dionigi di Alicarnasso poteva essere risalito fino alla sorgente da imbarcazioni fluviali di buona dimensione. Ciò sembra confermato anche dai dati di scavo della Villa di Plinio il Giovane presso San Giustino nell’alta Val Tiberina; ancora nel Medioevo era possibile raggiungere almeno Perugia.

Sappiamo però che il regime fluviale alternava periodi di magra a inondazioni frequenti, al punto che a Roma furono creati i curatores alvei Tiberis et riparum per sorvegliarne in permanenza la portata. Da Plinio il Vecchio, infatti, apprendiamo che il fiume, tenuis primo, non era navigabile se non ricorrendo alla creazione di chiuse e/o sbarramenti, che consentivano di rialzare il livello delle acque, e ciò avveniva ogni nove giorni, non a caso in coincidenza con le nundinae.

Plinio il Giovane testimonia che il Tevere

navium patiens, medios agros secat omnisque fruges devehit in urbem.

«il fiume è navigabile, passa in mezzo alla pianura e porta ogni genere di frumento a Roma».

Tra i numerosi prodotti di cui la Valle umbra riforniva l’Urbe sono da ricordare in primo luogo il vino, come rivela l’alta percentuale a Roma di anfore “tipo Spello”, la cui forma con il fondo piatto era particolarmente adatta al trasporto su barche fluviali, e l’olio (proveniente però dalla Sabina centrale), il cui commercio si riflette nel nome medievale del “Porto dell’Olio” presso Otricoli. 

Importante era anche il legname, usato per le costruzioni e come combustibile: Livio ricorda che nel 205 a.C. i Perusini e i Clusini ne fornirono ex publicis silvis per le navi di Scipione. Sicuramente si trattò in questo caso di un trasporto eccezionale, ma ciò dimostra l’esistenza di una organizzazione del trasporto fluviale già normalmente operante sul territorio. Un pondus lignarium del peso di centocinquanta libbre, della fine del IV secolo dopo Cristo, attesta l’attività di pesatura dei carichi di legname che passavano per Otricoli. 

Quanto alla esportazione di laterizi e ceramiche (notissime, ad esempio, le figline Ocriculanae e Narnienses), valga per tutti il caso del complesso produttivo di Scoppieto, dove furono operanti circa cinquanta diversi vasai per tutto il I secolo d.C. fino all’età traianea; la sigillata è presente sia in Italia (Todi, Perugia, Chiusi, e a scendere Otricoli, Roma, Ostia) sia nelle province (Cagliari, Cartagine, Alessandria, Atene, Olimpia e Smirne).

Esisteva anche un flusso in senso inverso, ma era sicuramente inferiore. Cicerone ricorda l’accusa rivolta a Milone di avere trasferito armi attraverso il Tevere nella sua villa ad Otricoli. Gli stessi scavi di Scoppieto testimoniano come nel II secolo d.C. alla fase produttiva si sostituisca un’importazione di merci. Limitato era invece il trasporto di passeggeri, che solo in casi eccezionali lasciavano le vie terrestri; emblematico l’episodio del ritorno a Roma di Pisone, che nel 20 d.C., abbandonata la Flaminia, si imbarcò a Narnia per raggiungere Roma (Nare ac mox Tiberi devectus). 

Le fonti storiche che provano la navigabilità del Tevere

La documentazione letteraria ed archeologica può essere integrata da alcune epigrafi, a cominciare da un interessante frammento di base in travertino, databile per la paleografia al I secolo d.C., conservato a Todi, noto attraverso il solo catalogo del museo cittadino. Dell’iscrizione onoraria mancano gli elementi onomastici dell’onorato e l’indicazione dei dedicanti, mentre sono leggibili le ultime tre righe con il seguente testo:

flum[inu]m quae in Tibere (!) influnt (!) patrono.

Si segnala la grafia influnt con le due vocali contratte in una sola; il verbo è detto spesso di fiumi che sboccano in altri fiumi o in mare, sicché si può ricostruire con certezza flum[inu]m. la forma in Tibere può interpretarsi come accusativo con perdita di -m finale (sempre debole nella pronuncia), senza però del tutto escludere lo scambio di in+ablativo al posto di in+accusativo di moto, fenomeno sintattico tipico della lingua volgare. nella flessione di Tiberis le uscite -em (acc.) ed -e (abl.) sono quasi inusitate: il grammatico Pompeo cita l’esempio, fittizio, da condannare, in hoc Tibere ; si consideri però martures Simplicius et Faustinus qui passi sunt in flumen Tibere et positi sunt in cimiterium etc. 

Il riferimento a flumina che confluiscono nel Tevere sembra confermare l’origine umbra del frammento di cui si ignora l’esatta provenienza. Secondo la tradizione orale sarebbe stato trovato a Todi. Infatti, nella regione il Tevere riceve le acque di numerosi affluenti: tra i maggiori c’è il Chiascio, che nasce dallo spartiacque appenninico e si sviluppa sulla riva sinistra presso Pontenuovo, e comprende anche i suoi subaffluenti, Topino e Clitunno. Più a valle, presso Marsciano, è seguito dal Nestòre, e, poco sotto Orvieto, dal Paglia, l’affluente più importante tra quelli di destra che scende dall’Amiata e che convoglia anche le acque del Chiani. 

Nell’Umbria meridionale il Tevere raccoglie il più significativo affluente di sinistra, il Nera, il quale, anche con l’apporto delle acque del Velino, del Salto e del Turano, aumenta a tal punto la portata del Tevere che esistono detti popolari come «Tevere non cresce se Nera non mesce» e «il Tevere non sarebbe Tevere se non ci fosse il Nera a dargli da bere».

I porti dell’Umbria

È soprattutto nei punti di confluenza che dovevano sorgere i principali porti: per esempio a Pontenuovo di Torgiano, non lontano da Vettona, dove il Chiascio sbocca nel Tevere, e a Todi in località Pian di Porto, dove l’approdo fu distrutto da un’alluvione nel 1150.  A sud-est di Orvieto, subito a monte della confluenza del fiume Paglia nel Tevere, sulle rive di entrambi i corsi d’acqua, sorgeva l’importante porto di Pagliano. Oggi le strutture messe in luce a fine Ottocento si trovano a un centinaio di metri dal fiume, perché la costruzione della diga di Corbara (1952-1962) ha ridotto il Tevere a ruscello fino all’incontro col Paglia deviandolo dall’alveo antico.

Un altro importate porto fluviale sul Tevere è stato scoperto nel 1962, durante la costruzione dell’Autostrada del Sole, nei pressi di Orte. Si tratta del porto di Seripola (a nord di Orte), importante approdo commerciale fondamentale per i Romani  dal V secolo a.C. al II a.C.

L’economia dei porti

Alla facile navigabilità  del Tevere si accompagnava una importante attività economica; ecco dunque che l’ipotesi interpretativa più valida per l’epigrafe di Todi appare quella di una dedica in onore di un patrono da parte di una corporazione di battellieri che operava sugli affluenti del Tevere, anche se non altrimenti attestata per il tratto a nord di Roma; tuttavia l’esistenza di codicari(i) nabiculari(i) infernates, in servizio fra Ostia e Roma in età costantiniana, potrebbe far presupporre anche un gruppo distinto operante da Roma in su.

Il genitivo che segue l’indicazione degli associati specifica solitamente il luogo dove si svolgevano le attività, sia il mare (ad es. navicularii maris Hadriatici), sia le acque interne, ad es. nautae lacus Lemanni o [n]autae un[i]versi Dan[uvii]. La lacunosità del testo e la grande varietà dei nomi di queste associazioni (attestate per esempio nell’area padana: navicularii, nautae, negotiatores etc.) impediscono di ricostruire l’esatto nome dei dedicanti, che doveva occupare la riga precedente (al nominativo).

Non diversamente che per i collegia di navicularii marini, esiste un buon numero di attestazioni di patroni anche per quelli delle acque interne: si veda ad esempio, per l’Italia, il Collegium nautarum Comensium e forse anche Ticinensium, e, per il Rodano e i suoi affluenti, i nautae Rhodanici, Ararici e Druentici; escludendo le testimonianze ostiensi, il nostro sarebbe il primo per l’area tiberina.

Una delle testimonianze più rilevanti della presenza di navi e traffici nei fiumi umbri è costituita dalla stele di uno schiavo Priamus che ha la qualifica di magister navium: Priamus Mar(cii) serv(u)s magiste(r) navium.

Nonostante si ignorino le circostanze esatte del rinvenimento, non deve stupire la provenienza da Collemancio, dove è sempre stata conservata, giacché l’antica Urvinum Hortense sorgeva in una posizione particolarmente strategica su un’altura in grado di dominare tutta la vallata sottostante da Perusia a Spoletium, e così anche la confluenza del Topino e del suo subaffluente Ose nel Chiascio.

Magister, gubernator o entrambi?

Contrariamente a quanto afferma Jean Rougé, secondo cui il nesso magister navium indicherebbe esclusivamente l’addetto al carico di una nave, il sintagma non ha un significato univoco e a seconda dei contesti può non essere facile distinguere le mansioni di capitano, di timoniere o di responsabile dei trasporti effettuati mediante imbarcazioni. A volte (in particolare nei testi poetici) l’espressione equivale a gubernator: a titolo di esempio, nell’Eneide Palinuro è definito magister. In relazione alla navigazione per mare e in ambiti più strettamente militari i due incarichi sono nettamente differenziati: tra i rappresentanti convocati da Scipione in occasione della partenza per l’Africa figurano infatti per ogni nave, oltre a due soldati, sia i gubernatores, cui si danno istruzioni sulla rotta da seguire, sia i magistri navium; il fatto che per il trionfo di Gneo Ottavio su Perseo i magistri ricevano un compenso doppio rispetto ai gubernatores conferma la rilevanza della figura, da identificarsi così con il comandante. 

Tuttavia nelle fonti giurisprudenziali si ricordano plures magistri per una stessa nave (che ovviamente non può avere più di un capitano), i quali andranno allora identificati come agenti commerciali; Ulpiano riferisce magister all’intendente del proprietario di una nave, cui totius navis cura mandata est. Anche nel nostro caso, tenendo conto della condizione servile di Priamus, dobbiamo pensare che si tratti di uno schiavo impegnato per conto del proprio padrone in attività di trasporto di merci e/o passeggeri, a meno che non si voglia vedere in lui uno schiavo imprenditore che impegnava il suo peculium nel trasporto e nel commercio, ovviamente su scala ridotta.

La relazione tra il magister e il carico è confermata dall’iscrizione su un’anforetta di Pompei, nella quale, nonostante le difficoltà di scioglimento delle parti iniziale e finale del testo, si capisce che il trasporto di campioni commerciali dall’Africa alla Campania sulla nave Victoria di C. Umbricius Ampriocus è curato dal magister M. Lartidius Vitalis, originario di Clupea in Tunisia (soggetto del transvexit iniziale); il nome di P. Pompilius Saturus, al genitivo, potrebbe riferirsi all’armatore (segue infatti l’indicazione dell’insegna).

Se si considera la stazza limitata delle imbarcazioni che potevano solcare il Tevere e i suoi affluenti e quindi anche il numero ridotto di personale a bordo, non è da escludere che il magister sommasse in sé diverse funzioni e che quindi allo stesso tempo fosse il supervisore del carico e il responsabile della rotta. Ne è una prova un affresco del III secolo d.C. da una necropoli sulla via Laurentina, ora ai Musei Vaticani: nella nave caudicaria Isis Giminiana il magister Farnaces è rappresentato su un cassero a poppa con in mano la barra del timone, mentre sorveglia le operazioni di stoccaggio a bordo di sacchi di grano dagli horrea del porto: dunque una sorta di comandante-pilota e sovrintendente.

L’assommarsi dei due incarichi di magister e gubernator in uno stesso personaggio è ora confermata da un nuovo graffito parietale proveniente dalla casa di Lucceia Primitiva nell’Insula delle ierodule ad Ostia. La cronologia alta del nostro testo ha di recente indotto a postulare una penetrazione capillare del latino in Umbria, già a quest’epoca, anche negli strati più umili, che sarebbe spiegabile con massicce deduzioni viritane e, addirittura, con la concessione della civitas Romana al distretto urvinate prima della guerra sociale.

In realtà una attestazione precoce del latino nella Valle Umbra può essere ricondotta al fatto che essa era attraversata dalle vie Flaminia e Amerina ed era in contiguità con l’ager Romanus; del resto anche nell’etrusca Perusia esistono epigrafi sepolcrali in latino nel II secolo a.C.  Inoltre, chiunque esercitasse attività imprenditoriali e commerciali, anche per conto terzi, doveva necessariamente conoscere “l’inglese” del tempo. come accennato sopra, le “navi” di cui sarà stato responsabile Priamus sono da identificare con le imbarcazioni fluviali di ridotte dimensioni, capaci di affrontare le acque basse e di portata discontinua dell’alto corso del Tevere. Stando a Plinio il Vecchio neppure con il sistema di chiuse il Tevere poteva essere reso navigabile per lunghi tratti, praeterquam trabibus verius quam ratibus; ancora nel secolo XIX larghe zattere, dette “chiodare”, aperte su due lati per consentire l’accesso ai carri con il carico, erano largamente utilizzate per i trasporti da Perugia e Orte verso Roma.

I tipi di imbarcazioni

Tuttavia, data la complessità dei traffici, dobbiamo presupporre l’utilizzo anche di altri tipi di imbarcazioni: prime fra tutte le lintres, che nelle fonti risultano impiegate esclusivamente per la navigazione fluviale e lacustre, ma anche le caudicariae, destinate al trasporto di derrate alimentari e tipiche della navigazione sul Tevere. La risalita avveniva principalmente mediante un sistema di alaggio, con traino operato da buoi o da schiavi, mentre la discesa doveva sfruttare la forza della corrente.

La difficoltà di far corrispondere i termini nautici delle fonti con le tipologie dei documenti figurati rende insicura l’identificazione dell’imbarcazione riprodotta sulle due facce laterali di un altare a Nettuno, venerato come dio delle acque interne: potrebbe trattarsi di una scapha, nave a remi piccola e a forma di falce, che normalmente aveva funzione di rimorchiatore nelle manovre portuali ma anche talvolta di scialuppa di salvataggio in mare e di traghetto da una sponda all’altra. 

L’iscrizione opistografa risale al I secolo d.C.; è qui inclusa sia perché il luogo di rinvenimento “ad lacum Velini”, non lontano dalla cascata delle Marmore, sebbene in antico pertinente al territorio di Reate, appartiene oggi alla regione Umbria, sia perché attualmente essa è conservata nel museo comunale di Terni: Neptuno sacrum L(ucius) Valerius Nigri l(ibertus) Menander, portitor Ocrisivae.

Sulla fronte è rappresentato al centro tra due delfini Nettuno, coperto da un mantello che scende sul braccio sinistro, con un tridente nella mano destra e un pesce nella sinistra. Nella faccia posteriore una figura con il capo velato sacrifica davanti ad un altare; potrebbe essere lo stesso personaggio al timone rappresentato sulle facce laterali ed essere identificato con il dedicante, Menander. si tratta chiaramente di un traghettatore, un portitor, che collegava due approdi o sul fiume Velino o su uno dei tanti specchi lacustri di cui era ricca la valle. 

Dal momento che la voce umbra okri– significa “altura”, nel genitivo Ocrisivae è da riconoscere un toponimo, la cui denominazione comprendeva sia l’area montuosa che quella sottostante pianeggiante e acquitrinosa. sempre in relazione alle pratiche cultuali, tre iscrizioni umbre a Tiberinus si aggiungono al modesto numero di dediche poste a questo dio, a dispetto del suo ruolo nella leggenda della fondazione di Roma: un’ara (o base) in travertino databile probabilmente al I secolo d.C. e trovata nel 1607 presso le sponde del fiume non lontano da Baschi; dalla tradizione erudita, ma con testo tramandato in maniera inesatta, è menzionata inoltre una dedica al Tevere e alle ninfe rinvenuta sulla riva sinistra a Pieve S.Stefano.

Infine, un’epigrafe da Orte testimonia l’offerta di un altare a Tiberinus da parte di un evocatus Augusti, il quale si vanta di avere preso l’iniziativa primus omnium in seguito ad un voto formulato durante il servizio: Sex. Atusius Sex. f. Fabia Roma Priscus, evoc(atus) Aug(usti), primus omnium aram Tiberin(o) posuit quam caligatus voverat.

Il monumento, oggi murato a Villa Albani a Roma, fu ritrovato haud nimis longe ab alveo Tiberis. Ad Horta infatti la confluenza con il Nera rendeva il Tevere navigabile tutto l’anno, cosicché la città disponeva di diversi porti: quello di Castiglioni-Seripola, alla confluenza del Rio grande, riscoperto negli Anni Sessanta durante i lavori di costruzione dell’Autostrada del Sole, è l’unico ad essere stato oggetto di scavi sistematici.

Da questa località proviene una dedica alla Bona Dea Isiaca da parte di una spira, un sodalizio misterico, che, quindi, in sé non sembra avere attinenza con la navigazione. Qualche legame è tuttavia ipotizzabile tenendo conto della provenienza dell’ara e della singolare forma di sincretismo religioso che assimila la dea ad Iside, venerata anche come protettrice del traffico navale.

Recentemente si è tentato di collegare alle attività emporiche di Tifernum Tiberinum una lastra posta a Venere Vincitrice, rinvenuta nella probabile area portuale della città: Veneri Victrici L(ucius) Arronius Amandus, VIvir Aug(ustalis), solo privato s(ua) p(ecunia) f(ecit).

Tale relazione è stata suggerita da una dedica alla stessa divinità trovata nel porto di Pagliano, considerando che tale culto è attestato in Italia, fuori di Roma, solo in questi due siti, di cui Pagliano è senz’altro un porto. Tuttavia, se è vero che Venere Euplea = Euploia è nata dal mare ed è protettrice dei naviganti, in quanto Victrix sembra essere connessa solo con le vittorie. A Roma, infatti, il culto fu introdotto da Pompeo nel 55 a.C., nel tempio che sovrastava la cavea del teatro votato nel 61, in occasione del triplice trionfo orientale; ancora nelle monete è rappresentata con la mela d’oro, in riferimento al giudizio di Paride.

Nelle due iscrizioni umbre manca poi un qualunque collegamento esplicito ad attività portuali, essendo i dedicanti l’uno un seviro augustale di Tifernum Tiberinum, l’altro un centurione dei vigiles di Roma. Inoltre l’iscrizione di Città di Castello risulta essere stata dedicata a proprie spese e loco privato, cosa che potrebbe al massimo riferirsi ad un edificio nei pressi del porto, ma non al porto stesso, che apparteneva ai loca publica.

Le due dediche sembrano dunque da considerarsi espressione di devozione privata indipendenti dalla destinazione dei siti dove sono state trovate. Questo tuttavia non inficia l’ipotesi di una localizzazione di strutture portuali nell’area a sud delle mura medievali di Città di Castello, presso l’ansa del Tevere, essendo questo il punto più idoneo per lo scalo fluviale urbano della città romana. Qui infatti sono stati ritrovati nel 1911 quattro ambienti di un edificio con tracce di murature in opera reticolata e pavimenti a mosaico.

È stato messo in relazione a strutture portuali anche il culto ad Arna di Fortuna, il cui tempio a Roma sorgeva all’estremità nord del foro Boario, in stretta relazione con il Portus Tiberinus, mentre al I e al VI miglio della Via Portuense, in Tiberis ripa, erano situati i templi di Fors Fortuna trans Tiberim attribuiti a Servio Tullio.

È altamente probabile che il santuario di Arna, noto principalmente da cinque iscrizioni dedicate ex voto a Fortuna, svolgesse da emporio e una funzione di controllo sulla sottostante Valle del Tevere, ma ciò non comporta, soprattutto in assenza di dati archeologici, l’esistenza di un ulteriore approdo, oltre a quelli già supposti di Ponte Felcino, Ponte Valleceppi e Pontenuovo.

Per l’Umbria il Tevere era dunque molto di più che un semplice confine naturale tra le Regiones VI e VII, in quanto accorciava le distanze geografiche, commerciali e culturali con l’Urbe.

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